24 Luglio 2026

Ecommerce in Italia: perché viene percepito come così oneroso rispetto al resto d’Europa?

“Perché in Italia aprire un eCommerce costa così tanto?” è una delle domande più ricorrenti nelle community di aspiranti merchant. Tra apertura della partita IVA, iscrizione alla Camera di Commercio, contributi INPS, commercialista, fatturazione elettronica e adempimenti vari, la sensazione diffusa è che il sistema italiano penalizzi chi vuole vendere online rispetto ad altri paesi europei.

La percezione ha fondamenta reali, ma spesso mescola costi effettivi, costi evitabili e costi che esistono ovunque in Europa ma altrove si vedono meno. In questo articolo separiamo i tre livelli e vediamo come impostare un piano dei costi realistico, anche in ottica di vendita negli altri paesi UE.

Da dove nasce la percezione di onerosità dell’e-commerce in Italia

Costi fissi e adempimenti ricorrenti

Chi apre un’attività di vendita online in Italia come impresa individuale affronta una serie di costi indipendenti dal fatturato: iscrizione al Registro delle Imprese e diritto camerale annuale, contributi previdenziali INPS per commercianti (dovuti su un minimale anche se si incassa poco), eventuale imposta sulla SCIA comunale e i costi di gestione contabile. È questa struttura di costi fissi “a prescindere” — non una singola voce — a generare la sensazione di onerosità: il conto arriva prima ancora della prima vendita.

A ciò si aggiunge il tema fiscale percepito: aliquote contributive e imposte che, per un’attività ai primi ricavi, incidono proporzionalmente molto. Il regime forfettario attenua il problema per chi parte in piccolo, ma ha limiti di ricavi e regole specifiche che vanno valutate con un professionista.

Peso del supporto fiscale e amministrativo

Il secondo elemento è la dipendenza dal commercialista. La fatturazione elettronica obbligatoria tramite Sistema di Interscambio (SdI), le liquidazioni IVA, gli adempimenti periodici e la gestione dei corrispettivi rendono difficile per un merchant fare tutto da solo. Il costo del supporto professionale diventa quindi un costo fisso aggiuntivo, spesso percepito come una “tassa sulla complessità” del sistema.

Va detto che la fatturazione elettronica, vissuta inizialmente come aggravio, è oggi anche un vantaggio: processi digitalizzati, meno carta, dati contabili più puliti. E per chi vende in UE, l’infrastruttura digitale italiana è un punto di partenza, non un ostacolo.

Cosa cambia tra vendere in Italia e vendere in Europa

Complessità aggiuntive reali

Vendere ad altri paesi UE aggiunge alcuni adempimenti veri: superata la soglia di 10.000 euro annui di vendite a distanza intra-UE verso consumatori, l’IVA va applicata con l’aliquota del paese del cliente. La buona notizia è che non serve aprire una posizione IVA in ogni paese: il regime OSS (One Stop Shop) consente di dichiarare e versare trimestralmente l’IVA di tutti i mercati UE tramite l’Agenzia delle Entrate, con un’unica registrazione.

Restano complessità reali su altri fronti: la conformità dei prodotti (dal 13 dicembre 2024 si applica il Regolamento UE 2023/988 sulla sicurezza generale dei prodotti, che impone anche ai venditori online obblighi informativi e la presenza di un soggetto responsabile nell’UE), l’etichettatura nelle lingue richieste e la gestione di resi e garanzie secondo le norme di tutela dei consumatori europee.

Complessità percepite ma gestibili

Molti timori diffusi nelle community sono invece sovradimensionati. Non serve una società in ogni paese, non servono 27 commercialisti, non serve tradurre i contratti in tutte le lingue per iniziare. Con OSS, un buon gestionale e un consulente che conosca l’eCommerce, l’operatività fiscale cross-border di un merchant di piccole-medie dimensioni è ampiamente standardizzabile. Il vero investimento iniziale non è burocratico ma commerciale: capire quali mercati aggredire e con quale proposta, come spieghiamo nella guida al cross-border eCommerce per aziende italiane.

Quali costi incidono davvero sui margini

Fee, logistica, pagamenti e fiscalità

Superata la fase di setup, i costi che determinano la sostenibilità di un eCommerce sono variabili e ricorrenti: commissioni dei marketplace ed eventuali fee pubblicitarie; costi di spedizione e resi (la voce più critica nel cross-border); commissioni dei payment provider; IVA e imposte sui redditi. Su un singolo ordine, la somma di queste voci può facilmente superare un terzo del prezzo di vendita: per questo il calcolo va fatto per ordine e per mercato, non a consuntivo annuale.

Il contesto di mercato aiuta a dimensionare l’opportunità: secondo l’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – Politecnico di Milano, gli acquisti online degli italiani valgono oltre 62 miliardi di euro nel 2025 (+6%), e la ricerca Netcomm 2025 stima che il commercio digitale generi complessivamente 993 miliardi di euro di valore per il sistema Italia, pari al 13% del PIL come valore aggiunto. Il mercato c’è; il punto è presidiarlo con una struttura di costi sotto controllo.

Costi nascosti sottovalutati dai merchant

Le voci che più spesso mancano nei business plan dei merchant alle prime armi: i resi (costo di trasporto, ricondizionamento, perdita di valore); i costi di acquisizione cliente, che nei mercati esteri partono più alti perché il brand non è conosciuto; il tempo dedicato ad amministrazione e customer care, raramente valorizzato; le giacenze e il capitale immobilizzato in magazzino; le commissioni su cambi e pagamenti internazionali. Un piano dei costi serio mette in conto anche l’imprevisto normativo: adeguamenti come il GPSR hanno un costo di compliance che va assorbito.

Come affrontare il problema in modo strategico

Organizzazione per fasi

L’errore tipico è voler partire con la struttura perfetta. L’approccio più sostenibile è per fasi: nella fase di validazione si minimizzano i costi fissi (regime fiscale agevolato dove possibile, marketplace per testare la domanda senza costruire subito un sito strutturato, logistica con corrieri standard); nella fase di consolidamento si investe in canale proprio, localizzazione e contratti logistici migliori; nella fase di scala si valutano automazioni, hub logistici e struttura societaria più articolata. A ogni fase, i costi fissi devono crescere dopo i ricavi, non prima.

Quando l’onerosità blocca e quando è un falso problema

L’onerosità del sistema italiano è un problema reale per chi parte senza piano e senza margini: se il prodotto ha un margine lordo troppo basso, nessuna semplificazione burocratica lo salverà. È invece un falso problema per chi ha un prodotto con margini sani e una nicchia chiara: in quel caso i costi di struttura si assorbono in fretta e il vero collo di bottiglia diventa la capacità di generare domanda. Prima di rinunciare per i costi, conviene quindi verificare i numeri del proprio modello — magari con il metodo di calcolo di tasse, commissioni e fee che proponiamo nella guida pratica dedicata.

Conclusione

L’eCommerce in Italia è più oneroso in fase di avvio rispetto ad alcuni paesi europei, soprattutto per costi fissi e adempimenti. Ma la distanza si riduce guardando ai costi che contano davvero nel tempo — logistica, acquisizione clienti, resi, commissioni — che sono simili ovunque. Con un piano per fasi, gli strumenti UE come l’OSS e un controllo di marginalità per ordine, l’onerosità passa da barriera a variabile gestibile. E il mercato europeo, con la sua domanda in crescita, resta il modo migliore per ammortizzarla su volumi più ampi.

Fonti citate

  • Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano, dati 2025
  • Consorzio Netcomm, ricerca “Il ruolo e il contributo dell’eCommerce e del Digital Retail per il sistema Italia”, 2025
  • Agenzia delle Entrate, schede informative sul regime OSS e sulla fatturazione elettronica (SdI)
  • Regolamento (UE) 2023/988 sulla sicurezza generale dei prodotti (GPSR), applicabile dal 13 dicembre 2024